Panico morale? Contratto di governo e avvertenze per il futuro

L’insicurezza è la sensazione preponderante all’interno della nostra società. La questione della sicurezza, spesso associata al ruolo degli immigrati nell’allarme criminalità e terrorismo, è al centro nella maggior parte delle campagne elettorali e politiche. Nello specifico si sente la mancanza di sicurezza esistenziale (legata alla volatilità del nostro sistema economico e alla paura di perdere il lavoro), di sicurezza cognitiva (connessa alla crescente perdita di fiducia nelle istituzioni) e di sicurezza personale (l’incolumità del corpo, della famiglia e dei beni personali). Questi tre aspetti dell’insicurezza sono correlati fra loro ma le ansie generate dalle prime due, poiché impossibili da affrontare in prima persona e che dovrebbero risolte dalle istituzioni, si riversano sulla terza. Così l’elemento su cui fare leva nelle campagne elettorali e che parla direttamente ai problemi sentiti più vicini passa attraverso la sicurezza. Di conseguenza ai processi di impoverimento si risponde con polizia, vigili urbani e retoriche securitarie. Qualcosa o un gruppo viene in questo modo considerato come una minaccia e nei discorsi pubblici e dall’azione politica ed amministrativa scompaiono gli obiettivi dell’uguaglianza e della giustizia. Questo crea un’ansia collettiva o una percezione di minaccia alla società che parta da un timore circoscritto che piano piano si propaga e sempre più insistentemente si fa riferimento al concetto di sicurezza nei discorsi politici e mediatici. Normalmente, poi, questa parola viene associata con quella di “Degrado” che con sé porta i concetti di disordine sociale, di minaccia al decoro e al vivere civile, per la presenza di categorie non più gradite e tollerate. A questo punto la minaccia viene racchiusa in un simbolo o una forma semplice, in modo che stili e pratiche di vita, spesso imposti, di coloro considerati “fuori norma” vengono tematizzati in termini di pericolosità sociale. Certo, forse occorrerebbe ricordarsi che queste pratiche sono il prodotto di dinamiche interne alla nostra società: sono cioè le discriminazioni nel mercato del lavoro e dell’alloggio, le politiche di esclusione e di confinamento, le stesse retoriche del decoro urbano e della sicurezza, nonché il progressivo smantellamento di politiche sociali di inclusione, ad alimentare la povertà di questi segmenti del corpo sociale. Però tutto ciò nasce da una preoccupazione e dalla convinzione che il comportamento di quel gruppo sia pericoloso per il decoro e la sicurezza. Da qui nasce un’ostilità se quel gruppo aumenta di numero nel tempo, si crea la divisione “noi” e “loro” e il “loro” diventa un demone popolare.

Ma come si crea l’immagine? Spesso per come viene trattata la notizia o per eventi che hanno carattere di eccezionalità, si propongono in continuazione le stesse immagini stereotipate che portano ad assumere il carattere di ondate emotive nelle quali un grave episodio o un intero popolo viene definito (implicitamente o esplicitamente) come minaccia per i valori della nostra società. Il fenomeno viene alimentato dalle notizie più o meno distorte a scopo sensazionalistico rendendo un’esposizione sproporzionata di un fenomeno reale o fittizio. Ed è così che si crea un’immagine su cui sfogare ansietà e i problemi della comunità. La sicurezza è diventata man mano un’ossessione che genera paura e povertà che inizialmente colpisce le cosiddette classi ritenute pericolose (immigrati, neri, rom) ma non si sa bene dove questa azione finirà. È un fiume di repressione che non ha argine e che trasporta l’idea di pulire la città e di sterilizzare lo spazio pubblico da quelle attività ritenute indecorose e dalle nuove “classi pericolose”. Così persone senza tetto, ambulanti, parcheggiatori senza permesso, artisti di strada, persone che chiedono l’elemosina, occupanti di abitazioni, immigrati presenti nello spazio pubblico o ospiti del sistema di accoglienza sono stati costruiti come soggetti problematici per l’ordine pubblico, soggetti da controllare. Questa idea parte dalle minoranze per arrivare anche ai manifestanti, così offesa al decoro e minaccia alla sicurezza diventano inviti impliciti all’intervento. Si pensi agli scontri durante il G8 di Genova che hanno consegnato all’azione della polizia una classe di comportamenti che dovrebbero essere estranei a tale categoria. Il risultato? Viene ridefinito il confine tra legalità e illegalità.

Per dare vita a tutto ciò basta un consenso diffuso, non per forza nazionale, e quelli che vengono definiti “Difensori morali” forti e compatti. Questi difensori, in teoria, ci dovrebbero difendere da quei demoni che però sono deboli e disorganizzati. Inoltre, il risentimento e la ricerca del capro espiatorio sono alimentati dal disagio socioeconomico e dal senso di abbandono: appare la cosiddetta “Guerra tra poveri”. Questo tipo di guerra dovrebbe vedere una guerra simmetrica, tra “classi” allo stesso livello, e attori unici o principali. Però in prima istanza quelle che vengono definite guerre tra poveri vedono uno straniero privo di lavoro, di alloggio, lontano dalla propria patria e famiglia essere picchiato da chi si definisce italianissimo e magari ha una casa, un lavoro e istiga i propri familiari ad azioni del genere. Quest’ultimi diventano i “primi attivisti” dell’ordine pubblico e del decoro spesso incitato da militanti e gruppi di destra. La guerra tra poveri diventa così una guerra per la sicurezza e il decoro che porta con sé il peso dei morti delle classi considerate pericolose. Il contesto vede un legame tra leader politici e religiosi, meccanismi di informazione, forze dell’ordine e gente comune. I politici vengono legittimati come rappresentati e, assieme alle istituzioni addette al controllo sociale, diventano i “protettori” mentre i media diventato i portavoce (volontariamente o involontariamente). A questo punto la speranza è che i protettori non si facciano prendere da individualismi dato che vi è una azione sproporzionata verso la “minaccia” a cui le autorità e i responsabili politici vogliono dare una risposta. Bisogna però specificare che, come tutti i comportamenti umani, criminalità e delinquenza sono manifestazioni complesse, e molte persone le trovano difficili da comprendere. Spesso risultano fenomeni spaventosi ed è forte la tentazione di accontentarsi di spiegazioni semplicistiche al riguardo. Il mito ci dice che esiste una linea netta che separa “l’elemento criminaledalle persone rispettose della legge e oneste (quindi basterebbe mettere dietro le sbarre quell’elemento per risolvere il problema) oppure che i crimini sono compiuti dai membri meno istruiti della società. I fatti però ci dicono che molti crimini sono commessi da persone che si considerano e sono considerate piuttosto rispettabili o che alcuni gruppi possono commettere più crimini di altri, oppure un maggior numero di certi tipi di reati. I vandali spesso sono ben vestiti e chiacchierano con i passanti dopo essersi ripuliti oppure possiamo semplicemente pensare e fare riferimento ai cosiddetti crimini aziendali.

Le logiche descritte finora le abbiamo trovare più volte nelle nostre campagne elettorali e dai vari schieramenti: sia esso PD, Movimento 5 stelle, Forza Italia, Lega o Fratelli d’Italia. Un ultimo esempio lo abbiamo nel recente “Contratto di Governo di Movimento 5 stelle e Lega”. Il “Contratto” è profondamente intriso della logica sulla sicurezza e la ritroviamo in diversi paragrafi del documento. In un’intervista Zagrebelsky si è detto “colpito dalla superficialità con la quale si trattano i problemi della sicurezza. Dall’insieme, emerge uno Stato dal volto spietato verso i deboli e i diversi, dall’autodifesa all’uso del Taser”, fino alle misure contro l’immigrazione clandestina: il presidente della Repubblica avrebbe motivo di intervenire, “contro involuzioni che travolgono traguardi di civiltà faticosamente raggiunti”. Tutta l’impostazione del contratto è volta alla repressione e alla punizione, poco e nulla è volto alla prevenzione. Nel contratto possiamo vedere “protezione del territorio e della sovranità nazionale”, nuove assunzioni delle forze dell’ordine con un aumento delle dotazioni dei mezzi, missioni internazionali contro l’estremismo islamico e i flussi migratori (verrebbe da dire che sono i simboli della retorica dei nostri anni), riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, inasprimento delle pene con aggravanti ed aumenti di pena anche per i minorenni, un aumento e revisione per l’accesso al fondo vittime, un piano di edilizia penitenziaria, videosorveglianza in tutte le sue applicazioni, l’immigrazione che rende insicura il sistema Schengen, l’istituzione di specifici reati per i richiedenti asilo, intercettazioni, agenti sotto copertura, rimpatri e sgomberi. Inoltre, il paragrafo sull’immigrazione, il 13, verso la fine contiene riferimenti al terrorismo e sull’istituzione di norme su “moschee e, in generale, dei luoghi di culto, anche diversamente denominati”. Quello che si cerca di far notare non è una critica alle diverse disposizioni (che sono state solamente elencate) ma la logica che corre per tutto il documento nei diversi ambiti. Mostra un’isteria da sicurezza.

È importante evidenziare che però molte associazioni che si occupano di diritti umani sono allarmate e hanno evidenziato che gli intenti espressi all’interno del Contratto di Governo non lasciano presagire nulla di buono anche per il clima di odio e di ostilità diffuso nel nostro tessuto sociale per il quale gli estensori del Contratto hanno avuto in campagna elettorale precise responsabilità. Va poi sottolineato che, a fronte di politiche sociali timide, i diritti civili sono stati dimenticati. Nel contratto sono state sepolte le leggi sull’eutanasia (avrebbe dovuto seguire quella sul biotestamento), sullo ius soli e sull’apologia al fascismo. Inoltre, i servizi di asilo nido dovrebbero essere previsti solo per le famiglie italiane e le famiglie straniere dovrebbero essere escluse da ogni tipo di aiuto. Infine, il riferimento alle donne è principalmente sulle politiche per la famiglia che dice “occorre introdurre politiche efficaci per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro”. Il problema consiste nel fatto che viene messo a fuoco uno dei problemi ma allo stesso tempo sembra spettare solo alla donna conciliare professione ed esigenze familiare. Così facendo implicitamente si ripropone uno stereotipo che vede la donna legata al focolare domestico ed esplicitamente non si affrontano problemi come l’occupazione femminile, le condizioni lavorative delle donne e il fenomeno crescente delle donne breadwinner (il sostentamento familiare è legato solo a una figura della famiglia) che diventano tali perché pagate di meno rispetto agli uomini. Certamente il contratto non è solo questo e ci sono altre proposte ma in generale la preoccupazione consiste in una nuova ondata xenofoba nel nostro paese che, visto il contesto attuale, potrebbe degenerare in un pericoloso e incontrollato conflitto sociale.

Quello di cui abbiamo parlato comporta cambiamenti sociali all’interno della società ma non sempre si ha un cambiamento in meglio. Questa isteria dà sicurezza è un fenomeno estremamente volatile che sparisce non appena ci sono altre notizie più importanti e per esempio potrebbe cambiare il riferimento verso una nuova classe pericolosa. Sostanzialmente si potrebbe generare un’altra lotta verso chiunque di noi. Brecht nel 1935 scrisse “All’accusa di essere brutale, il fascismo risponde con il fanatico elogio della brutalità. Imputato di essere fanatico, risponde con l’elogio del fanatismo. Convinto di lesa ragione, mette allegramente sotto processo la ragione medesima. E poi anche il fascismo trova che l’educazione è stata imperfetta. Educa tutta la nazione e tutto il giorno”. Sono parole che forse andrebbero tenute da conto se si fa avanti una mentalità che “non dà da mangiare e quindi deve educare all’autodisciplina.

Ma quindi cosa è il panico morale? come si definisce?

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