Tra “caso Mattarella” e “Presidente della Repubblica”

Queste sono le parole di Sergio Mattarella nella sera del 27 maggio. La vera certezza in questo momento è che ci siamo trovati davanti ad uno scontro tra il Presidente della Repubblica e una maggioranza parlamentare. Dopo oltre 84 giorni di gestazione, Giuseppe Conte ha rimesso l’incarico successivamente al colloquio in cui ha presentato la sua lista dei ministri riferendo che Il Movimento 5 Stelle e la Lega si sono rifiutati di proporre una nomina alternativa al Professor Savona. Spiegando le ragioni della sua scelta, Mattarella ha detto che i suoi dubbi su Savona ruotavano al fatto che avrebbe portato, «probabilmente o addirittura inevitabilmente», l’Italia fuori dall’euro. Ha poi ricordato che non è stato un tema su cui si sia fatta campagna elettorale e ha aggiunto di aver deciso pensando ai mercati internazionali, allo spread e alla tutela dei risparmi degli italiani. Al suo posto, ha detto Mattarella, aveva proposto «un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con l’accordo di programma» (riferendosi probabilmente a Giancarlo Giorgetti della Lega, braccio destro di Matteo Salvini). In passato la prassi ha visto già un Presidente della Repubblica che si è rifiutato di nominare un ministro e le forze politiche coinvolte, in quei casi, ne avevano preso atto e avevano avanzato la proposta di un altro nome.  Nessuno gridò al golpe, minacciando la messa in stato d’accusa del capo dello Stato, perché non c’è alcun tradimento della Costituzione ma solo l’esercizio delle proprie prerogative. Mattarella si è assunto le sue responsabilità costituzionali.

La cosiddetta “voce dal colle” può farsi ascoltare contando, da un lato, sulla sua biografia personale e sul suo prestigio politico, dall’altro sulle sue competenze istituzionali e sul potere che ne deriva. Talvolta, questo potere deve scontrarsi con quello dei partiti, del Governo e del Parlamento. La teoria della “Fisarmonica dei poteri” cerca di spiegare l’andamento di tutta la presidenza e i comportamenti di tutti i presidenti. Questa vede il presidente con una fisarmonica di poteri: li può suonare tutti, alcuni, nessuno a seconda del potere dei partiti nell’impedirgli di aprire la fisarmonica oppure della loro incapacità di bloccarlo. Quindi dopo il 1994, il declino dei partiti italiani ha aperto spazi enormi all’esercizio “a fisarmonica” dei poteri presidenziali.  All’articolo 87 della costituzione si legge “Il presidente della Repubblica è il capo dello stato e rappresenta l’unità nazionale”. Gianfranco Pasquino nel 2015, in La costituzione in trenta lezioni, scrisse: “In estrema sintesi, anche contro caratterizzazioni minimaliste, di figura taglia-nastri, di notaio sottomesso ai partiti, il presidente della Repubblica italiana appare dal punto di vista comparato probabilmente il più forte dei presidenti nelle democrazie parlamentari europee, il più dotato di poteri significativi, il più attrezzato ad affrontare situazioni di emergenza”. Queste parole derivano dal fatto che, in Italia, la questione sul potere politico e istituzionale reale del Presidente della Repubblica, quanto effettivamente ne possegga e quanto sia in grado di esercitare, rimane un interrogativo del tutto aperto. Seconda una interpretazione del costituzionalista Livio Paladin, già presidente della corte costituzionale, l’elemento caratterizzante del presidente è la sua duttilità, la possibilità di essere diversamente declinato a seconda delle circostanze, delle sfide, dei rapporti con le altre istituzioni e delle personalità. Il ruolo del presidente della repubblica non poteva essere interpretato in maniera esclusivamente cerimoniale data la turbolenza della politica italiana e, poiché è dotato di poteri istituzionali rilevanti, un po’ tutti i presidenti sono stati costretti a entrare nell’agone politico proprio quando dovevano esercitare quei poteri. Se coesi e convinti, i partiti che si coalizzano per dare vita a un governo sostanzialmente impongono al presidente della Repubblica di nominare il Presidente del consiglio fra loro concordato e così è stato fino al 1992. In assenza di una maggioranza governativa compatta, il presidente della Repubblica “recupera” la quasi totale pienezza del potere di nomina del presidente del consiglio. Non volendo intaccare il suo prestigio e logorare il suo potere, effettuerà quella nomina tenendo conto delle probabilità che il nominato sia in grado di ottenere la fiducia delle due camere. All’articolo 92 della nostra costituzione leggiamo:

Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri.

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.

Quindi il presidente del Consiglio propone e il presidente della Repubblica nomina. Quindi la persona incaricata di formare il governo presenta i nomi dei futuri ministri ed è il presidente della Repubblica a nominarli con i Decreti del Presidente della Repubblica che vengono da lui firmati. Dal punto di vista strettamente costituzionale, quindi, il Presidente della Repubblica ha il diritto di decidere di non nominare un ministro: la Costituzione non indica particolari criteri per esprimere questa discrezionalità. Secondo la maggior parte dei costituzionalisti, questo avviene allo scopo di affidarsi al giudizio del presidente della Repubblica nel proteggere l’Italia, l’unità nazionale, gli italiani. Inoltre, recentemente si è parlato anche di “Governo del Presidente”, come venne definito il governo di Mario Monti. Ma la dizione non è corretta poiché ottenne e mantenne regolarmente la fiducia del parlamento. In quel caso la debolezza dei partiti e la loro incapacità a offrire e imporre alternative praticabili hanno consentito al presidente di esercitare appieno il potere attribuitogli dall’articolo 92. Questo sta quindi a specificare quanto sia flessibile l’interpretazione sui poteri attribuiti. I poteri effettivi del presidente della repubblica non si fermano all’articolo 92 e va detto, inoltre, che anche la decisione di non esercitare un potere è segnale molto concreto di potere effettivo. Nella storia, per esempio, i presidenti della repubblica hanno opposto un fermo e decisivo diniego alle richieste di scioglimento del parlamento avanzate da capi di governo che avevano perso le loro rispettive maggioranze parlamentari e da opposizioni che non avevano ottenuto nessun mandato politico-elettorale. Il suo potere, in questi casi, venne utilizzato con l’obiettivo di evitare il logorio elettorale e istituzionale e vuoti di potere in situazioni difficili.

 

Cosa sta succedendo ora? La Meloni ha lanciato per prima l’ipotesi di Impeachment e dicendo che “non esiste nessuna norma che permetta al presidente della repubblica di rifiutarsi di nominare un ministro solamente perché non condivide le sue idee”. Dal 23 maggio Di Maio è passato da “i ministri li sceglie il presidente” a “i governi li scelgono le agenzie di Rating, le lobby finanziarie e bancarie” e portando avanti l’ipotesi di Impeachment, sostenuto anche dalle dichiarazioni di Di Battista. Salvini ha dichiarato che “per l’Italia, per i nostri figli e gli italiani, decidono solo gli italiani” ma non si è schierato nettamente sull’ipotesi Impeachment. Forza Italia, con le dichiarazioni di Brunetta e Berlusconi, si è schierata contro l’Impeachment e contro il Movimento 5 stelle. Il centro sinistra si è schierato con Mattarella. Siamo già in campagna elettorale, una campagna elettorale che vede offrire le più diverse narrazioni. Già dopo le elezioni del 4 marzo la situazione era complicata e la situazione dopo il 27 maggio vede rimescolarsi le carte di una situazione politica turbolenta. Dopo le elezioni, Mattarella ha favorito il confronto, agevolando ogni soluzione, aspettando esigenze e necessità dei partiti, reiterate richieste di tempo, anche per lo svolgimento del loro dibattito interno, per i gabezo e per le consultazioni online. Inoltre, ha superato, quando si è prospettata la concreta eventualità di un governo di cambiamento formato sulla maggioranza Cinque Stelle-Lega, anche le perplessità di una guida non politica. Ma si è poi superato il limite con l’imposizione di un nome, sotto la minaccia di un ritorno al voto, come se il presidente della Repubblica dovesse ubbidire, rinunciando alle sue prerogative, di fronte ad ordini padronali. La nomina dei ministri deve essere condivisa con il Presidente della Repubblica. È un limite invalicabile poiché Il presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia che non può subire imposizioni. Mattarella ha dichiarato di aver accettato tutte le proposte tranne quella del ministro dell’economia e ha poi ha registrato l’indisponibilità dei partiti ad ogni soluzione. La verità è che il capo dello stato italiano è il garante degli interessi del paese e degli impegni internazionali, dunque non poteva accettare come ministro delle finanze un sostenitore dell’uscita dall’euro quando il programma di governo non la prevedeva e la conversione del debito italiano nella nuova lira metterebbe l’Italia in uno stato di fallimento. Mattarella si è semplicemente assunto le sue responsabilità costituzionali, mentre alcune forze politiche hanno provato a forzare la mano nella speranza di guadagnare voti alle prossime elezioni.

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