Situazione dei diritti umani in Italia: Tortura e altri maltrattamenti

Nel rapporto 2017-2018 di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo, i principali temi che riguardano l’Italia sono: 1) i diritti di rifugiati e migranti; 2) il diritto all’alloggio e gli sgomberi forzati; 3) la tortura e altri maltrattamenti.

Il divieto della pratica della tortura trova una sua formulazione nella “Dichiarazione sulla protezione di tutte le persone sottoposte a torture ed altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti” (1975) al cui articolo 1 contiene una chiara definizione della tortura: “il termine tortura indica qualsiasi atto per il quale il dolore o delle sofferenze acute, fisiche o mentali, sono deliberatamente inflitte ad un individuo da parte di pubblici ufficiali o sotto la loro istigazione, allo scopo di ottenere da esso o da un terzo informazioni o confessioni, di punirlo per un atto che ha commesso o che si sospetta abbia commesso, o allo scopo di intimidirlo o di intimidire altre persone”. Tale definizione è stata poi ripresa nella “Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ed altri trattamenti o pene crudeli, inumane e degradanti”, adottata dall’Assemblea generale, il 10 dicembre 1984, ed entrata in vigore il 26 giugno 1987. Nell’ambito del consiglio d’Europa si è adottata la “convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti”, firmati a Strasburgo il 26 novembre 1987 ed entrata in vigore il 1° febbraio 1989. Il sistema elaborato nel testo ha lo scopo di completare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo integrando l’articolo 3 ed affiancando alle procedure già esistenti un meccanismo di natura preventiva, caratterizzato da un sistema di visite effettuate da un organo appositamente istituito: il “Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene inumane e degradanti”.

Con la legge 14 luglio 2017 n. 110 è stato introdotto in Italia il reato di tortura con la volontà di rispettare la ratifica della Convenzione contro la tortura del 1989; grave problema però risulta dal fatto che non vengono soddisfatti tutti i requisiti richiesti dalla convenzione. Il Comitato contro la tortura ha evidenziato che la definizione di tortura contenuta nella nuova legge non è conforme alla Convenzione e che la nuova legge non prevede l’applicazione di altre norme fondamentali (tra cui la revisione dei metodi d’interrogatorio della polizia e le misure per il risarcimento delle vittime). Nel panorama nazionale, la legge (arrivata dopo 4 anni di discussioni, modifiche e rinvii) è stata criticata per gli ampi spazi discrezionali come il fatto che il singolo atto di violenza brutale di un pubblico ufficiale su un arresto potrebbe non essere punito. La legge prevede per i responsabili dai 4 ai 10 anni di carcere, che salgono a un massimo di 12 se a commettere il reato è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei suoi doveri. Vieta inoltre le espulsioni, i respingimenti e le estradizioni quando c’è motivo di credere che nel paese di destinazione la persona sottoposta al provvedimento rischi di subire violazioni “sistematiche e gravi” dei diritti umani; è anche previsto l’obbligo di estradizione verso lo stato richiedente dello straniero indagato o condannato per il reato di tortura.

Art. 1

Introduzione degli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale, concernenti i reati di tortura e di istigazione del pubblico ufficiale alla tortura.

  1. Nel libro secondo, titolo XII, capo III, sezione III, del codice penale, dopo l’articolo 613 sono aggiunti i seguenti: «Art. 613-bis (Tortura) – Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche  o  un verificabile trauma psichico a una  persona  privata  della  libertà personale  o  affidata  alla  sua  custodia,   potestà,   vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi  in  condizioni  di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro  a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte  ovvero  se comporta un trattamento inumano e degradante per  la  dignità  della persona.

  Se i fatti di cui al primo comma sono commessi da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, la pena è della reclusione da cinque a dodici anni.

  Il comma precedente non si applica nel caso di   sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti.

  Se dai fatti di cui al primo comma deriva una lesione personale le pene di cui ai commi precedenti sono aumentate; se ne deriva una lesione personale grave sono aumentate di un terzo e se ne deriva una lesione personale gravissima sono aumentate della metà.  Se dai fatti di cui al primo comma deriva la morte quale conseguenza non voluta, la pena è della reclusione di anni Trenta. Se il colpevole cagiona volontariamente la morte, la pena è dell’ergastolo.

  Art.  613-ter (Istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura) – Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, istiga in modo concretamente idoneo altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura, se l’istigazione non è accolta ovvero se l’istigazione è accolta ma il delitto non è commesso, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni».

Nella formulazione del testo viene in risalto la formulazione “Violenze e minacce” (quindi utilizzato al plurale) e “se commesso mediante più condotte”, ciò comporterebbe il fatto che il reato non è applicabile ai singoli episodi di violenza e limiterebbe la propria applicabilità ai soli comportamenti ripetuti nel tempo. Un’altra ambiguità risulterebbe dall’utilizzo di “verificabile trauma psichico” poiché spesso i processi avvengono 10 anni dopo, ciò renderebbe difficile verificare un trauma di tale natura. Nelle critiche viene evidenziato il fatto che il reato viene pensato come un “Reato comune”, ovvero in riferimento a chiunque lo commetta, e non come un “Reato proprio”, cioè riferibile a una persona con una determinata qualifica (per esempio quella di “Pubblico ufficiale”). Il problema consiste nel fatto che la violenza tra cittadini privati è già punibile secondo il Codice penale e che l’intento della convenzione è quello di proteggere dagli abusi di potere; nella legge viene prevista solo un aggravante se commessa da un pubblico ufficiale. Aggravante che viene subito attenuata con la formula “nel caso di   sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”.

Il Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa lo scorso 7 settembre ha reso pubblico il rapporto della sua visita compiuta in Italia ad aprile 2016. Nel rapporto si legge che in diversi casi recenti le persone fermate dalle forze dell’ordine “hanno subito maltrattamenti con un uso eccessivo della forza, senza che vi siano state sanzioni contro i colpevoli”: in particolare sono stati riportati casi di “schiaffi, pugni, calci e colpi con manganelli al momento del fermo e dopo il trasferimento” in questura o in caserma. Sono stare raccolte denunce dei detenuti di maltrattamenti da parte del personale di sorveglianza sono state riportate in tutte le prigioni visitate (in particolare nelle carceri di Como e Sassari), con l’eccezione di quella di Ascoli Piceno. Per quanto riguarda la legge sulla tortura, il CPT critica il testo in quanto prevede che, perché sia “tortura”, le violenze debbano essere reiterate “con più condotte”. Inoltre, rileva il fatto che il reato di tortura non è un reato proprio dei Pubblici Ufficiali ed è soggetto a prescrizione, contrariamente a quanto prescrive la Convenzione Onu del 1984. Per il comitato, la legge così me è, “non affronta adeguatamente le questioni sollevate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo” nelle sentenze sui fatti del G8 di Genova. Uno dei problemi di questa legge consiste nel fatto che sembrerebbe quasi superflua e inapplicabile in molti casi gravi. Il comitato è tenuto a redigere un rapporto sulla sua attività e sugli elementi raccolti durante l’ispezione. Tale rapporto ha natura confidenziale e non può essere pubblicato, può contenere le raccomandazioni che si ritengono necessarie da rivolgere allo stato per garantire una maggiore protezione delle persone private della libertà. Nelle ipotesi di ripetute infrazioni o di deliberata non cooperazione da parte dello stato in questione delle osservazioni, si può decidere per una “Dichiarazione pubblica”. Tale atto costituisce una denuncia pubblica del comportamento inadempiente tenuto dallo stato e rappresenta, pertanto, una sanzione di fronte la comunità internazionale che ha essenzialmente funzione di deterrente per gli stati restii a cooperare. A ciò si aggiunge il fatto che la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che il trattamento di 59 persone da parte della polizia e del personale medico durante la detenzione, a seguito delle proteste contro il summit del G8 di Genova nel 2001, si configurava come tortura. Secondo la corte le azioni di polizia sono avvenute con finalità punitive e di rappresaglia per provare l’umiliazione e la sofferenza psichica e morale delle vittime.

Nei fatti del G8 di Genova molti commentatori videro nelle barriere per difendere i governanti il sintomo di qualcosa che non funziona e un primo ritorno alle frontiere nazionali. I fatti videro caos, denunce e scorrere sangue. Circa 250 dei procedimenti, originati da denunce nei confronti di esponenti delle forze dell’ordine per lesioni, furono archiviati a causa dell’impossibilità di identificare personalmente gli agenti responsabili; la magistratura, tuttavia, pur non potendo perseguire i colpevoli, ritenne in alcuni casi effettivamente avvenuti i reati contestati. Il giornale Svizzero “Le Temps” mise in rilievo che l’allora neonato governo Berlusconi (disegnata come una coalizione eterogena di ultraliberisti, leghisti e postfascisti), nella sua prima uscita pubblica dopo i fatti, si è congratulato con le forze dell’ordine. Quelle stesse forze dell’ordine, riporta il giornale, che cantavano lodi del Cile di Pinochet e dell’Italia e che era sotto le grida di indignazione di tutta Europa per gli eccessi di violenza. Le vittime di quei giorni riportano italiani e stranieri picchiati, persone che avevano paura di morire, di forze dell’ordine che picchiavano fino a che non usciva il sangue. Sono racconti di violenza che poi sono proseguite anche in commissariato con persone che raccontano di grida di terrore, di essere lasciate 3 o 4 ore davanti a un muro o di essere costretti a urlare “Viva il duce”. Il 7 aprile 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato all’unanimità che è stato violato l’articolo 3 sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti” durante l’irruzione della scuola Diaz.

A questo proposito credo sia importante riportare una notizia risalente al 2015 del giornale “La Repubblica”. A giugno 2015 si tenne la manifestazione indetta dalla Polizia per dire no al disegno di legge per introdurre il reato di tortura che allora era in discussione in Parlamento. A questa manifestazione partecipò Matteo Salvini che si schierò contro il reato di tortura, al centro di un aspro dibattito dopo la sentenza della corte di Strasburgo sul G8 di Genova. All’epoca dichiarò: “La Corte europea dei diritti umani potrebbe occuparsi di altro. Per qualcuno che ha sbagliato non devono pagare tutti. Carabinieri e polizia devono poter fare il loro lavoro. Se devo prendere per il collo un delinquente, lo prendo. Se cade e si sbuccia un ginocchio, sono cazzi suoi”. Ha poi aggiunto “Idiozie come questa legge espongono le forze dell’ordine al ricatto dei delinquenti“.

Forse è bene ricordare che tale legge dovrebbe proteggere i cittadini dagli abusi di potere o più precisamente da quelle situazioni che da un iniziale legalità scivolerebbero in violenza e illegalità.

 

Vice” qualche anno fa ha deciso di raccogliere una serie di episodi e accaduti nella realtà (documentati ufficialmente) e di metterli sotto forma di guida illustrata.

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