Ghetto Economy – Il mondo dei migranti nell’economia contemporanea

Vi è un modo di produzione in agricoltura che vede meccanizzazione, migranti sfruttati e campi costruiti per i braccianti. Un modo che vede da una parte la produzione intensiva industrializzata e dall’altra la manodopera a basso costo dei migranti poiché ricattabili.  Un modo di produzione che viene mascherato da “emergenza umanitaria”. Questo viene raccontato attraverso le problematiche dei campi o le pessime condizioni di vita in cui vivono queste persone. Si racconta la storia delle baraccopoli senza un piano per l’immondizia, la cura psico-sanitaria e senza un vero piano di integrazione. Vengono chiamati “invisibili, schiavi o disperati” ma sono lì in bella vista e vengono fotografati senza una loro autorizzazione. Non si parla dei veri invisibili, quelli contro cui i migranti protestano ciclicamente da trent’anni (si veda la rivolta di Rosarno o lo sciopero di Nardò), ovvero i mafiosi, gli intermediari o i padroni di aziende. Tutto questo avviene in nome dell’economicità del prodotto e per l’assenza di un sindacato e per il basso costo del lavoro. A questo si aggiunge un classico italiano che vede chiamare questo fenomeno “emergenza”. Un classico che vede rispondere con container, kit di primo soccorso e videosorveglianza ma che non parla di uno sfruttamento che è strutturale. La situazione vede tutto il disagio su protezione civile, enti locali e le varie associazioni contro un’inefficacia delle azioni istituzionali e un senso comune popolare che dice “vivevano così anche al paese loro” o “sono neri, quindi sono poveri”. È l’immagine di un paese in cui un’attività lavorativa poco remunerata viene trattata come un’epidemia, un terremoto o un conflitto armato. Ma queste persone non sono povere per natura ma elementi deboli di un sistema. Un sistema in cui il lavoro schiavile è un tema assente dal nostro dibattito pubblico. Un tema di cui invece parlano la Francia, la Germania o l’Inghilterra con servizi periodici che parlano degli sfruttamenti nel nostro paese.

Occorrerebbe cambiare punto di vista poiché i ghetti sono il laboratorio dello sfruttamento che prima o poi coinvolge gli “italiani”. Lì si sperimenta l’annullamento dei diritti e si anticipa il nostro futuro, i diritti dei braccianti che vengono dall’Africa o dall’Est Europa sono anche i nostri. Un esempio sono i “Voucher” che sono nati come applicazione della legge Maroni-Biagi nel 2003 e pensati per pagare il “lavoro accessorio”. Per sei anni il loro utilizzo riamane del tutto marginale finché si estende l’ambito alle “attività agricole di carattere stagionale”. Nel 2012, con il governo Monti, si arriva a ogni tipo di prestazione accessoria. Nel 2008 l’uso dei voucher coinvolgeva circa ventiquattromila lavoratori mentre nel 2015 sono saliti a un milione e quattrocentomila. Diventando così un tema di dibattito nazionale. Il Voucher era nato per introdurre nel mercato del lavoro italiano uno strumento flessibile in grado di far emergere dall’area del lavoro nero le forme di lavoro saltuario, o di secondo e terzo lavoro. Inizialmente sono stati pensati per il lavoro occasionale e poi sono stati liberalizzati all’utilizzo in qualsiasi settore con un vincolo economico di 7.000 € annui ma l’evoluzione della pratica ha messo in luce un vasto fenomeno sociale di utilizzo irregolare, in cui la flessibilità dei buoni lavoro si presta facilmente a pratiche elusive della legislazione del lavoro e della previdenza sociale. Nella pratica frequentemente i Voucher sono stati utilizzati per la regolarizzazione apparente di lavoro caratterizzati da esclusività e continuità della prestazione, non compatibili con i limiti di remunerazione premessa dai buoni lavoro. Il Voucher è stato usato, in modo irregolare, come schermo di regolarità per una prestazione di lavoro quasi interamente in nero, attraverso l’occasionale remunerazione mediante cessione di un voucher.

Molti politici parlano dei migranti come “clandestini” ma la situazione, in realtà, è molto fluida: ci sono persone che hanno chiesto asilo e rischiano di rimanere senza documenti a causa del diniego; rifugiati con documenti che scadono; lavoratori che non possono rinnovare i documenti a causa di un licenziamento. I lavoratori stranieri sfruttati in maggior parte sono in possesso di un regolare permesso di soggiorno: quelli per motivi di lavoro sono nelle aree a maggior presenza stanziale (come Campania e Lazio), mentre per protezione internazionale o motivi umanitari nei contesti con maggior flusso stagionale (come la Calabria) oppure con caratteristiche miste (come la Basilicata). Il senso del termine “clandestino” è chiaramente spregiativo, è volto a lasciar intendere che i clandestini sono quelli cattivi e che hanno qualcosa da nascondere. Si può dire che è falso dato che nessuno vuole vivere senza accesso ai diritti fondamentali. Sono leggi ingiuste a far scivolare nell’irregolarità. In questi casi assume tutta la sua negativa rilevanza il fenomeno del “Lavoro in nero” dove in molti lavorano senza contratto. Ancora più rilevante è il cosiddetto “Lavoro in Grigio” che è caratterizzato da sotto-salario e da irregolarità contributive. Questo segnala che la presenza di un contratto non rappresenta per il migrante la garanzia di un equo rapporto di lavoro. Spesso i contributi dichiarati sono risultati nettamente inferiori al numero di giornate lavorative effettivamente svolte. Sempre più spesso, nei luoghi di grave sfruttamento, si sente parlare di accoglienza dei migranti ma così si dimentica che stiamo parlando di lavoratori che non riescono ad affittare normali abitazioni perché appunto sfruttati. In condizioni normali, senza il ricatto di leggi speciali, e con salari equi, non esisterebbe la necessità dell’accoglienza. È da notare invece che è sempre più forte il problema della cosiddetta “Agromafia” ovvero le attività della criminalità organizzata nel settore agro-alimentare, in questo senso occorre dire che è mafioso: chi usa un metodo basato sull’uso effettivo o potenziale della violenza ed è organizzato secondo un modello associativo; chi impone la signoria territoriale attraverso l’uso sistematico dell’intimidazione; il gruppo mafioso, pur non esercitando la violenza o l’illecito, è riconosciuto come tale su un territorio e quindi gode dei vantaggi che tale riconoscimento comporta. La situazione vede gli agricoltori onesti che abbandonano i campi e imprenditori di ogni tipo che lucrano nell’ombra. Da una parte ci sono i migranti senza casa e contadini impoveriti e dall’altra i fondi milionari dell’unione europea. In questo modo l’organizzazione dei produttori (OP) diventa il modo migliore per accaparrare i fondi pubblici e alle volte i clan riescono a mettere le mani sopra a questo tipo di organizzazioni (al loro interno non sono tutte riconducibili ai clan). Le OP e i mercati ortofrutticoli dovrebbero rappresentare l’alternativa “pulita” e remunerativa: sono piccoli produttori organizzati che saltano la mediazione di commercianti locali e trovano sbocchi alternativi nella grande distribuzione organizzata (GDO). Il problema è che spesso finiscono sotto il controllo di mediatori e di criminali. In questo modo i clan si occupano delle attività più remunerative (come le truffe ai contributi europei) e gli export negli Stati uniti. D’altra parte, tralasciano le attività non tradizionali (la prostituzione), quelle rischiose (lo spaccio) o poco interessanti come il caporalato. Il caporalato rappresenta solo una parte del problema ma non è “il” problema. Da anni si parla di questo fenomeno ma non succede nulla. Con una raccolta sempre più meccanizzata in caso di pioggia o di un guasto, il caporale chiama una squadra di braccianti. I caporali sono l’effetto, è l’organizzazione economica che li richiede. Sono flessibili, veloci, economici poiché fuori dalle leggi. La pratica del caporalato è diffusa nei territori con maggior presenza di lavoratori stagionali come nella Piana di Gioia Tauro e molti migranti hanno ammesso di aver dovuto ricorrere a tale tipo di intermediazione illecita per trovare lavoro. Il caporalato è un modo di organizzare il lavoro che è funzionale alle imprese poiché evitano assunzioni e risparmiano sui costi. Il caporale è colui che organizza le squadre di raccolta, si accorda con i padroni sui tempi del lavoro e le paghe, distribuisce i soldi e gestisce le modalità del lavoro. Questa figura è presente quando il prodotto deperisce rapidamente e occorre forza lavoro disponibile in tempi rapidi. Occorre ricordare che in agricoltura vi sono forme di sfruttamento anche senza la presenza del caporalato. In territori dove la quasi totalità dei lavoratori è stanziale, il fenomeno del caporalato si presenta con caratteristiche peculiari abbracciando l’intero ciclo del lavoro, a partire dal reclutamento nel paese d’origine, e assumendo talvolta le caratteristiche di una vera e propria tratta di esseri umani. I “migranti nei campi” sono i “nuovi schiavi”: pur avendo la possibilità di spostarsi (non sono giuridicamente legati a un padrone o fisicamente incatenati), sono comunque fortemente vincolati da uno stato di necessità e la necessità non è solo dettata dal bisogno di denaro (per sé o per i familiari) ma anche da leggi fortemente discriminatorie che li vincolano al possesso di un contratto di lavoro e di un certificato di residenza. È il risultato di una burocrazia che complica la vita ai migranti e che chiede la residenza a chi vive per strada o subordina un documento a un contratto di lavoro nel paese del lavoro in nero. Inoltre, i diniegati dalle commissioni hanno solo 3 speranze: il ricorso in tribunale, la residenza e il contratto di lavoro. Da qui nasce un mercato nero tutto italiano dove vengono venduti contratti di affitto o contratti di lavoro a tempo determinato (per poi andare a lavorare in nero da un’altra parte). Ciò comporta vari rischi in quanto spesso non vengono pagati, oppure il pagamento è affidato al caporale che scappa, oppure il padrone non paga o paga in ritardo o paga di meno. Senza contare che nei casi di incidente sul lavoro vengono lasciati a 300 metri dall’ospedale.

Queste persone sono costrette a lavorare per ore tra i campi per raccogliere arance, pomodori o mele oppure che passano ore nelle serre tra agenti chimici e il calore insopportabile. Molte donne finiscono sfruttate sia nel lavoro nei campi che sessualmente, magari solo perché il padrone gli promette che accompagnerà i suoi figli a scuola. Ciò avviene per l’omertà di chi sa e per l’omertà dell’orgoglio degli sfruttati e ciò è dovuto anche dalle azioni poco incisive delle istituzioni; oltre che alla necessità. Sono persone che sono costrette ad abitare in ambienti lontani e isolati, in posti dove non ci sono strade illuminate per arrivare. Sono persone costrette a vivere in tende e in veri propri ghetti. Spesso si muore di freddo o si viene investiti nelle strade extraurbane. Inoltre, c’è chi muore per malattie dovute alle scadenti condizioni igieniche. Si prendono malattie come l’acaro della sabbia o la scabbia e questo avviene in tendoni del ministero dell’interno. La dichiarazione del personale di “Medici senza frontiere” è stata “arrivano sani, si ammalano in Italia”. Si parla di emergenza umanitaria ma non si parla del fatto che sono lavoratori dimenticati, non si parla del fatto che prima di tutto ciò è la conseguenza della violazione dei diritti dei lavoratori e poi di un sistema schizofrenico.

 

Per approfondire la questione nella Piana di Gioia Tauro clicca qui

Sulla situazione dei diritti umani in Italia clicca qui

Inoltre, si consiglia la lettura di “Ghetto economy – Cibo sporco di Sangue”

 

 

 

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