Sacko Soumayla, ucciso a colpi di fucile in Calabria

Sabato sera tre persone si sono incamminate dalla tendopoli verso una fabbrica per poter recuperare delle lamiere da usare per sistemare le proprie baracche. Non fanno in tempo a recuperare tre lamiere che qualcuno arriva a bordo di una Fiat Panda vecchio modello e gli spara addosso. Ad essere colpito è Sacko, colpito alla testa cade a terra. Sono quattro i colpi di fucile sparati dall’uomo bianco. Questa è solo una parte del racconto da cui sono partiti gli investigatori per risalire all’autore. Il ferito è stato subito soccorso e trasportato nell’ospedale di Reggio Calabria, ma la gravità della ferita non gli ha lasciato scampo ed è morto prima che i medici potessero fare qualcosa per tentare di salvarlo.

Queste tre persone erano li dentro per recuperare lamiere e rame da utilizzare nelle baraccopoli o nelle tendopoli in cui sono stati emarginati o, eventualmente, per rivenderli. Il capannone da dove hanno prelevato il materiale ferroso era chiuso da dieci anni per disposizione della magistratura che ne aveva ordinato il sequestro perché all’interno sarebbero stati stoccati rifiuti pericolosi e tossici. Sacko e i due suoi amici, tutti con regolare permesso di soggiorno, sabato sera sono arrivati da San Ferdinando, che dista dieci chilometri, uno in bici e gli altri due a piedi. Quindi si sono incamminati su stradina sterrata fino al capannone industriale. Secondo la ricostruzione il Killer avrebbe deciso di punirli avendoli scoperti e il luogo dove è avvenuto l’omicidio è controllato dalla famiglia Mancuso di Limbadi, una delle ‘ndrine in Calabria. C’è chi però ha avanzato altre ipotesi come quella xenofoba e razzista dovuta all’inesistente integrazione e alla mancata accoglienza degli immigrati nell’area di San Ferdinando. Altri invece dicono che si tratta di un gesto isolato e che non si può consentire che si parli ancora una volta di Rosarno come una città xenofoba, quando sin dai primi anni Novanta è stata tra le prime comunità d’Italia ad accogliere e aiutare.

Sacko era un’attivista dell’Unione sindacale di base. Difendeva i migranti che nella Piana di Gioia Tauro mettono a disposizione le loro braccia per raccogliere agrumi e ortaggi per pochi euro. L’80% lavora in nero, per dieci ore al giorno. Il suo omicidio riporta agli occhi della cronaca la situazione della tendopoli di San Ferdinando e ripropone i temi dell’integrazione dei migranti che, nel 2010, portarono alla rivolta di Rosarno. La situazione vede gli Africani non solo come il carburante per l’economia della zona ma anche come il divertimento per i criminaloidi del paese. Questo portò a più proteste nel corso degli anni, più o meno famose. I giorni da incubo della rivolta di cui rimase poi scarsa memoria è stata raccontata spesso come lo scontro tra residenti e immigranti, come se fosse una guerra etnica. Ma la rivolta dei migranti era contro la mafia e lo sfruttamento in uno di quei territori in cui l’opinione pubblica considera l’omicidio come un fatto normale. Lo scenario, oltre al lavoro massacrante e privo di diritti nei campi, vede donne come Becky Moses. Era il 27 gennaio 2018, ci furono incendi terribili con fiamme altissime alle due di notte. Le urla delle donne si alzavano verso il cielo. Becky era a Riace fino a dicembre, poi è cessata l’accoglienza dopo il diniego della richiesta di Asilo ed è finita li nel ghetto di San Ferdinando. Passò da un percorso di inserimento al girone infernale della prostituzione. Infine, perse la vita tra le fiamme di quindicennio. La baraccopoli durante il picco della raccolta vede fino a 2000 persone e la tendopoli, recintata e videosorvegliata, ha posto per 500 persone. Intorno nascono le Bidonville di Carta e Plastica che possono andare a fuoco con nulla. Da una parte abbiamo il rischio del fuoco, dall’altra i problemi del freddo. L’inverno del 2017 fu durissimo, con nevischio e piogge torrenziali, e un liberiano morì di freddo nel 2013. Una morte per le basse temperature e l’indifferenza delle istituzioni. In queste tendopoli “istituzionali” le condizioni igieniche sono pessime e si contraggono malattie come l’Acaro della Sabbia, una malattia infettiva che nasce dalle scadenti condizioni igieniche. Oppure si prendono la scabbia e fanno dire al personale di Medici senza frontiere “arrivano sani, si ammalano in Italia”. Da una parte abbiamo i costi di una soluzione non durevole e non incisiva, una soluzione non inclusiva insomma, e dall’altra abbiamo il lavoro in nero. Lavoro in nero che non permette il rilascio di documenti ai migranti (dovuto ai requisiti di reddito minimo e residenza) e che non permette di pagare le tasse ai migranti. Sono persone che vengono messe da parte e sfruttate, vengono uccise o investite perché vivono in ambienti raggiungibili solo a piedi o in bicicletta attraverso strade extraurbane. Sono persone che si sentono offese perché immortalate in condizioni di degrado e perché si sentono dire “al tuo paese vivevi così”. Sono persone che subiscono il lucro di imprenditori di ogni tipo. Sono persone che devono sentirsi dire “la pacchia è finita”.

Per approfondire  I dannati della terra: il report sullo scandalo Italiano che coinvolge lavoratori e migranti e GHETTO ECONOMY – IL MONDO DEI MIGRANTI NELL’ECONOMIA CONTEMPORANEA

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