Il costo umano delle “Agrotossine”

Repubblica Federale di Argentina: San Salvador e General Campos, provincie di Entre Rios; Colonia Alicia e Fracan, provincie di Misiones. Nord-est dell’Argentina. Sono i luoghi del viaggio di una inchiesta fotografica di Pablo Ernesto Piovano che ha inizio nel 2014 a Basavilbaso, provincia di Entre Rios. Poco più di 9 mila abitanti, 350 chilometri da Buenos Aires e poco meno di 200 dalla città di Rosario in cui documenta la sperimentazione a cielo aperto che si sta consumando in Argentina con gli agrotossici. Le moderne pratiche agricole che coinvolgono input chimici, come fertilizzanti e pesticidi, sono state associate a enormi aumenti nella produzione di cibo mai verificatisi prima e hanno registrato una crescita enorme. Come mostrano le statistiche, la produzione e la produttività sono aumentate. Tuttavia, l’elevato utilizzo chimico di fertilizzanti e pesticidi utilizzati per provocare questi aumenti nella produzione alimentare non è esente da problemi. Una correlazione parallela visibile tra una maggiore produttività, un elevato utilizzo di input chimici e il degrado ambientale e gli effetti sulla salute umana è evidente in molti paesi in cui questo tipo di agricoltura è diffusa. Il viaggio di Piovano mostra terribili malformazioni, malattie della pelle, tumori e gravi problemi respiratori di uomini, donne e bambini esposti all’uso indiscriminato di pesticidi in alcune province del Nord-est dell’Argentina, quelle di Misiones, Entre Rios e Chaco. Degli studi hanno evidenziato una relazione chiara fra esposizione ad agrochimici e anomalie congenite, aborti spontanei e malformazioni. Ad esempio, a Monte Maiz, l’esposizione a glifosato – principale principio attivo di molti erbicidi – è di circa 80 litri per persona all’anno. I casi di aborto spontaneo sono tre volte superiori alla media nazionale, mentre le malformazioni congenite la superano del 72 per cento. O quella di San Salvador, 12 mila abitanti, provincia di Entre Rios. Una concentrazione di glifosato e Ampa nel 70 per cento delle rilevazioni superiore al massimo consentito dalla legge e il 39,7 per cento di morti per tumore maligno, ai polmoni, alla prostata, al colon e alla mammella negli ultimi 15 anni.

Il Glifosato è un erbicida non selettivo impiegato sia su colture arboree che erbacee e aree non destinate alle colture agrarie (industriali, civili, argini, scoline, ecc.). È attualmente utilizzato in 750 prodotti per l’agricoltura: tra quelli che lo contengono come principio attivo il più noto è certamente il Roundup della Monsanto, una miniera d’oro per gli affari della multinazionale di biotecnologie agrarie. Basti pensare che secondo le stime della US Geological Survey, il consumo dell’erbicida è passato dai 67 milioni di chili del 1995 (l’anno precedente alla coltivazione dei campi Ogm) agli 826 milioni di chili del 2014, e la tendenza è quella di crescere, perché le piante infestanti sono sempre più resistenti e quindi hanno bisogno di dosi maggiori della sostanza per avere lo stesso effetto. La Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha revisionato tutti gli studi scientifici in materia e ha concluso classificando l’erbicida come genotossico (in grado cioè di danneggiare il Dna), sicuro cancerogeno per gli animali e probabile cancerogeno per l’uomo. Pochi mesi dopo l’Efsa ha ribaltato le conclusioni della Iarc sostenendo che è improbabile che il glifosato rappresenti un rischio cancerogeno per gli umani. Una presa di posizione che ha prestato il fianco a molte critiche che hanno a che fare, innanzitutto, con l’indipendenza degli autori che hanno firmato lo studio su cui l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare ha basato le sue conclusioni. Questo studio risulta scritto dalla Gliphosate task force, ovvero un gruppo in cui collaborano i produttori di fitofarmaci o meglio le aziende che hanno chiesto di poter vendere il glifosato nei paesi dell’Unione europea. Il rapporto tedesco (commissionato dall’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (Bfr) di 947 pagine consiste sostanzialmente in una serie di riassunti di studi commissionati da quelle aziende per indagare gli effetti del glifosato sulla salute. L’Argentina è uno dei Paesi con il maggior consumo di glifosato al mondo: 4,3 litri per abitante all’anno, 8 se si considera l’intera gamma di agrochimici. Un consumo in crescita di oltre il 47 per cento fra 2015 e 2016 (Investigaciones econòmicas sectoriales, 2017), a fronte di una domanda in aumento di circa il 10,5 per cento nello stesso anno. In Argentina quello degli agrochimici è un mercato florido, reso tale da un modello di agricoltura dipendente dall’uso di pesticidi. Il mercato degli agrochimici però è prettamente oligopolistico, dominato da poche grandi corporation in via di fusione: Bayer-Monsanto, Dow-Dupont e Syngenta-ChemChina. Nel 2016 controllano in Argentina il 54,3 per cento del mercato totale, con vendite per 1.348 milioni di dollari. II 65,9 per cento degli introiti va a finire nelle tasche dei proprietari terrieri e il 27,4 al governo, attraverso pagamento di tasse sull’export. Questo business si basa sulla tesi secondo cui il ricorso ai pesticidi, con gli OGM, è necessario per incrementare la produzione globale di cibo e riuscire così a sfamare la popolazione del pianeta. Una tesi che è stata messa in discussione e che risulta ancora controversa.

Il reportage fotografico di Piovano è servito come prova testimoniale davanti al “Tribunale Internazionale Monsanto“, una fondazione di attivisti creata all’Aia con il sostegno di movimenti civici come Via Campesina, di Ong e di personalità come I’ecologista indiana Vandana Shiva. In quella sede (informale e non realmente giuridica) l’azienda statunitense è stata «condannata per ecocidio». Le sue mostre hanno avuto, inoltre, un grosso impatto. Un esempio è una mostra importante tenutasi a Cordoba, una delle zone che più fa resistenza a questi temi. Cordoba ospitava l’impianto della Monsanto più grande del Sudamerica che però è stato bloccato per tre anni dagli attivisti e Monsanto si è vista costretta ad andarsene. Si sono anche formati gruppi e organizzazioni di madri, i cui figli si sono ammalati o addirittura sono morti, che hanno iniziato ad organizzare la resistenza in quelle aree dove la monocoltura della soia è prevalente e l’uso dei pesticidi è massivo. Il reportage racconta attraverso le fotografie la vita di chi vive vicino ai campi. È la storia di bambini come Lucas Techeira. Lucas ha cinque anni, è nato con una rara malformazione genetica, ittiosi lamellare o “pelle di serpente”. Si manifesta squamando l’epidermide. I suoi genitori lavoravano in piantagioni della zona, in cui vengono applicati agrochimici: glifosato e acido-2,4-diclorofenossiacetico, usato durante la guerra in Vietnam. Oltre al caso di Lucas ci sono bambini, se ne contano 1.200, che nascono con l’idrocefalia, con il labbro leporino o altre disabilità. Inoltre, molte delle persone che vivono nella zona sono costrette a chiudersi in casa o a mettersi le maschere quando gli aerei delle fumigazioni sorvolano la zona. Tra queste persone vive Fabian Tomasi. È un uomo magrissimo. Soffre di polineuropatia grave e atrofia muscolare generalizzata. Non riesce a sollevare un bicchier d’acqua; non può muovere le mani, né mangiare cibi solidi. Ma il suo sguardo è vivo. E lui è diventato portavoce di una lotta ormai mondiale. Quella contro gli agrotossici e il modello agroindustriale che vi è dietro. È in bilico fra la vita e la morte. Queste foto costudiscono la memoria di luoghi e avvenimenti e un riscatto per quello che è diventato un fratello dell’autore, un uomo che ha lottato tanto. Sono un elogio alla sua battaglia e alla sua vita. E le sue parole sono state:

Hermano mio… nunca te olvides de mi.

Fratello mio, non ti dimenticare mai di me.

 

Per le foto di Pablo Ernesto Piovano clicca qui

 

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