La via della discordia

Pochi giorni fa è scoppiata una bufera sulla decisione dell’Assemblea Capitolina di intitolare una via di Roma a Giorgio Almirante. La memoria dello storico leader del Movimento Sociale Italiano si rivela ancora una volta divisiva per la città. Come è nata la decisione e perché l’ex segretario del MSI fa discutere così tanto, a trent’anni dalla sua morte?

Cosa è successo

Tutto è nato a seguito di una mozione di Fratelli d’Italia, presentata nella seduta dell’Assemblea Capitolina del 14 giugno. La proposta era di intitolare una via di Roma a Giorgio Almirante, segretario del MSI e uomo di punta della destra, morto nel 1988. Tentativi ce n’erano già stati in passato, soprattutto sotto la giunta di Gianni Alemanno, quando la maggioranza aveva colori affini a quelli di Almirante. Nessuno di questi era mai andato in porto, per l’opposizione di ampi settori della società e della politica romana. Almirante è infatti accusato di aver sostenuto il razzismo alla fine degli anni Trenta, e di aver aderito volontariamente alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini. Su questo torneremo più avanti: per ora basti sapere che gli oppositori le ritengono colpe non perdonabili, o almeno tali da impedire l’intitolazione di una via nella capitale della Repubblica. Non la pensavano così, invece, i Consiglieri del MoVimento 5 Stelle, che hanno votato favorevolmente alla mozione della destra. Fratelli d’Italia ha certamente approfittato dell’assenza dei consiglieri di centrosinistra, usciti dall’aula per protestare contro la Sindaca Virginia Raggi, che aveva disertato la seduta. Il partito di Giorgia Meloni ha però approfittato anche dell’ignoranza manifesta di alcuni consiglieri pentastellati, che hanno ammesso di aver votato il provvedimento senza averlo letto, o senza sapere chi fosse Giorgio Almirante. Le indiscrezioni pubblicate da alcuni giornali parlano di consiglieri di destra che hanno venduto Almirante come “uno che piace anche a Luigi Di Maio”. Fa sorridere che tanto basti per esprimere un voto nel più importante Consiglio Comunale d’Italia, ma la mancanza di conoscenza della storia repubblicana dimostrata è particolarmente grave per dei rappresentanti delle istituzioni. In tutto questo, critiche feroci sono piovute sulla Sindaca Virginia Raggi, che ha scoperto l’approvazione della mozione solo durante un’intervista a Porta a Porta. La reazione alla notizia datale da Bruno Vespa ha fatto il giro del web: qualche secondo di silenzio, una risata imbarazzata e un “Non ne sapevo niente”. La Sindaca ha inizialmente difeso la decisione dell’Assemblea, dichiarando di voler rispettare la volontà dei consiglieri eletti dai cittadini. Il giorno seguente, dopo aver tastato gli umori della popolazione e della base grillina, ha fatto dietrofront e ha annunciato la presentazione di una mozione per impedire l’intitolazione di strade a persone legate al partito fascista, o di manifeste idee antisemite e razziali. Niente via Almirante, quindi: decisive per il dietrofront sono state le ammissioni dei consiglieri pentastellati di aver votato a occhi chiusi, e le proteste della comunità ebraica di Roma. La scelta è stata criticata anche da alcuni membri della giunta, come Luca Montuori, oltre che dai consiglieri di centrosinistra. Fratelli d’Italia ha rilanciato, attaccando la Raggi per la mancanza di rispetto della decisione della presa dall’Assemblea. La frittata è ormai fatta, e rischia di portare a uno scontro istituzionale sulla memoria, di cui Roma non ha bisogno. Per qualcuno sarà stato anche un sollievo che lo scandalo sullo stadio della Roma abbia distolto l’attenzione da questo problema.

Perché la memoria di Almirante è un problema

La Capitale non è la prima città a pensare di intitolare una via a Giorgio Almirante: la prima è stata Altomonte, in Calabria, seguita da diversi altri Comuni. Anche a Pomezia esiste una via Giorgio Almirante, in mezzo ad altre vie dedicate a esponenti politici repubblicani missini, comunisti, socialisti e democristiani. Il Comune dell’hinterland romano ha intitolato una via addirittura a Pino Romualdi, che fu su posizioni più estreme di Almirante. In effetti, il problema non è tanto intitolare una strada a un uomo di destra: una Repubblica matura dovrebbe essere in grado di superare le appartenenze partitiche e le divisioni politiche dopo la morte di un uomo. Il riconoscimento della memoria di Almirante viene contestato a causa della sua esplicita adesione al Manifesto della Razza, nel 1938, che lo portò a collaborare con La difesa della razza, la più importante rivista di diffusione del razzismo in Italia. Sul web hanno iniziato a circolare alcune sue parole del 1942: “il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza”. Oltre alla convinta adesione al razzismo, Almirante è stato anche un esponente di spicco della Repubblica Sociale Italiana, lo Stato fantoccio fondato nel 1943 da Benito Mussolini dopo la sua deposizione. La RSI si distinse per aver sostanzialmente ceduto la sovranità sull’Italia centro-settentrionale all’esercito tedesco, per la massiccia persecuzione contro gli ebrei e per la guerra civile combattuta contro i partigiani. Negli anni della Repubblica democratica, Almirante iniziò come tanti altri un’opera di “istituzionalizzazione” della sua figura e del movimento da lui guidato, che pure si ispirava esplicitamente al fascismo. In effetti, il leader del MSI non ha mai rinnegato né il razzismo né il fascismo; la stessa operazione politica per sdoganare il suo partito fu ostacolata dalla strategia opposta dell’Arco costituzionale. Il MSI, accusato di non condividere i valori della Costituzione repubblicana, fu sistematicamente escluso da ogni dinamica di governo. I diversi tentativi della DC di appoggiarsi alla destra, in particolare all’inizio degli anni Sessanta, furono soffocati sul nascere dalle proteste popolari – il caso più noto è quello del governo Tambroni, caduto dopo la rivolta di Genova contro il Congresso del MSI. Solo negli anni Ottanta Almirante è stato riconosciuto dagli oppositori come legittimo esponente politico, tanto da causare la fine dell’Arco costituzionale. A sdoganarlo fu il socialista Bettino Craxi, e fu solo uno dei tanti pilastri su cui si reggeva la Prima Repubblica fatti cadere. Nel frattempo, il MSI era diventato un partito con un notevole seguito nelle urne, soprattutto al Centro-Sud e a Roma, dove i missini avevano un bagaglio di voti tra il 10 e il 15%. Poco prima della morte, nel 1984, Almirante stupì tutti gli osservatori, portando il suo omaggio ai funerali del leader comunista Enrico Berlinguer. In un Paese normale tale gesto non avrebbe fatto notizia, come non l’avrebbe fatta l’intitolazione di una via a un uomo politico scomparso da anni. L’Italia, però, non ha mai fatto i conti col suo passato fascista. L’odonomastica ha un valore spesso sottovalutato: i nomi delle vie sono un segno forte sul territorio, marcano la presenza di un regime, celebrano le figure che meritano di essere ricordate. Non è un caso se dopo la caduta del fascismo furono rinominate molte piazze e strade in tutte le città italiane, di pari passo con l’abbattimento dei fasci littori sulle facciate dei palazzi. Roma si deve chiedere se vale la pena lasciare sul territorio un segno della presenza di Giorgio Almirante nella nostra storia. Pesa di più il razzismo sposato negli anni giovanili, o l’opera di pulizia portata sistematicamente avanti negli anni della Repubblica? Almirante va celebrato come uomo di una destra repubblicana, o va visto come uno dei tanti fascisti reinventatisi in uno Stato che ha consapevolmente evitato l’epurazione del fascismo? Una strada a Giorgio Almirante può convivere con la nomina a vita della senatrice Liliana Segre, decisa da Sergio Mattarella per ricordare a tutti quanto sia vicina nel tempo la persecuzione antisemita? Dalle risposte a queste domande dipende un pezzo di futuro della Repubblica Italiana, che ancora una volta ha deciso di non decidere sulla sua storia.

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