Parliamo di persone: breve panoramica sul “dossier rom”

In Italia vengono utilizzate in maniera indistinta e interscambiabile parole come “zingari”, “nomadi”, e “Rom” che hanno contribuito a creare e poi a problematizzare una “questione nomadismo”. Riguardo a questo “fenomeno” non esistono dati ufficiali ma secondo alcune stime su tutto il territorio europeo sono tra i 12 e i 15 milioni (di cui il 70% vivono nell’Est) e in Italia si contano circa 180 mila presenze che corrispondono allo 0.25% della popolazione italiana, di queste solo 28 mila sono considerabili di etnia Rom secondo l’Associazione 21 luglio. Al discorso delle stime occorre contare che la difficoltà della rilevazione consiste nella eterogeneità del fenomeno in quanto sono presenti gruppi diversi, con diverse provenienze, diverse tradizioni e diverse caratteristiche culturali. A queste si aggiungono le diverse condizioni giuridiche (italiani, comunitari ed extracomunitari) e i diversi status giuridici (cittadini, apolidi e titolari di status di rifugiati o protezione sussidiaria).

     La crisi globale ha aumentato un senso di insicurezza a cui è corrisposto l’aumento della domanda di sicurezza e che ha comportato la cavalcata della questione da molti politici per aumentare il consenso e quindi è aumentato anche l’utilizzo di un capro espiatorio. Ogni giorno assistiamo a immagini sui social da dare in pasto ai media e per aumentare un consenso fatto da una continua narrazione tossica contro immigrati, Rom o Ong. È una retorica del disprezzo utilizzata per parlare a un paese confuso e spaccato e in cui si dice che la nostra vita migliorerà con meno soldi per l’accoglienza o con meno Rom. Però non si parla del debito pubblico in aumento o della disoccupazione poiché sono problemi che vengono trattati solo al margine e si alimentano stereotipi con l’uso indistinto di una terminologia che crea un senso comune che vede il binomio “rom-rumeni” e un utilizzo del “nomadismo” in maniera indistinta, anacronistica ed erronea. Si vedono in giro i fautori del “tornino a nomadare” che non sanno che le popolazioni Rom sono originariamente fuggite dall’India poiché perseguitate e sono presenti in Italia da più di 600 anni. I Rom sono residenti in tutte le regioni italiane, i sinti soprattutto a nord e nel centro, mentre i caminanti sono sedentarizzati in Sicilia presso la città di Noto. Ogni giorno si rafforza la convinzione che siano tutti stranieri e quindi si procede a una categorizzazione, una successiva criminalizzazione e anche a fenomeni di mobilitazione contro gli “zingari”. Assistiamo a una retorica che vede la volontà di espellere “i rom stranieri irregolari” e la frase, tristemente nota, “quelli italiani li dobbiamo tenere”, come se non si parlasse di persone ma di una malattia che ci tocca sopportare. Ci si dimentica che sono cittadini Italiani da più di mezzo millennio e che in famiglia molti hanno antenati che hanno combattuto per la resistenza e per la nostra repubblica. Poi, i cosi definiti “Rom irregolari” sono 3 mila ma si tratta di “apolidi di fatto”, poiché originari della ex-Jugoslavia, e per questo non possono essere espulsi. Anzi, bisognerebbe ricordare che molti ragazzi, proprio perché apolidi, non hanno l’opportunità di viaggiare o trovare un futuro lontano da un paese che li stigmatizza e li discrimina.

     Il contratto di governo (per un’analisi della logica del contratto vedi qui) ha voluto parlare della questione solo tramite le locuzioni “arginare il fenomeno” e “chiusura dei campi irregolari”. A ciò si aggiunge una retorica tossica che vede la volontà di “Tutelare i bambini ai quali non è permesso andare a scuola regolarmente perché si preferisce introdurli alla delinquenza”. A questa va di pari passo la volontà di allontanare dalle famiglie i bambini che non vanno a scuola e si finge di ignorare che altri 130 mila minori italiani e stranieri, anche e soprattutto non Rom, evadono l’obbligo scolastico. Senza contare che si violerebbe il diritto all’unità familiare e che si incorrerebbe a una generalizzazione che chiude gli occhi riguardo al fatto che spesso il sistema educativo lascia indietro volontariamente i bambini rom. Ciò crea una disillusione rispetto al futuro, un’opinione che vede la scuola come inutile e il conseguente allontanamento dal sistema scolastico. Anche questo è un problema che riguarda noi tutti in quanto cittadini dato che sempre di più la scuola non è un “ascensore” sociale e che i “poveri” rimangono “poveri”, preferendo andare a lavorare invece che proseguire gli studi. Lo stesso contratto di governo, comunque, parla attraverso una “retorica della sicurezza” e, ad oggi, la sicurezza abbraccia i più diversi temi e problemi che non necessariamente hanno a che vedere con la difesa ai pericoli personali o al crimine ma vengono anche sanzionate condotte considerate “antisociali” o che potrebbero comportare “degrado”. Di conseguenza si criminalizza la povertà (condizione a cui tutti possiamo essere a rischio) e alla povertà si risponde con la polizia e non con politiche sociali.

     Va ricordato che l’ONU, attraverso il comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale delle nazioni unite, ha palesato la mancanza di informazioni puntuali e l’assenza di informazioni che riguardano gli sgomberi forzati o sull’obiettivo della desegregazione abitativa. Obiettivo che dovrebbe portare persone a poter accedere ad abitazioni adeguate e condizioni igienico sanitarie degne. Anzi, sotto il ministero di Maroni si parlò di “emergenza nomadi” e si stanziarono 100 milioni per la costruzione dei campi e videro partecipare molte cooperative (non ong), creando così l’humus per mafia capitale.  Il 21 maggio del 2008 venne emanato il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, nel quale si dichiarato lo “Stato di emergenza in relazione agli insediamenti delle comunità nomadi in Campania, Lombardia e Lazio” fino al 31 maggio 2009. Questa misura è entrata in vigore il 30 maggio 2008, data in cui vengono attribuiti poteri straordinari ai prefetti di Milano, Napoli e Roma. L’anno successivo il ministro Maroni (al governo con la coalizione di centro-destra) estende l’emergenza al Piemonte e al Veneto conferendo poteri analoghi ai prefetti di Torino e Venezia. II piano emergenziale prevede sgomberi e creazione o ristrutturazione di aree attrezzate all’interno delle quali far sottoscrivere patti di legalità. Questi patti si configuravano come accordi stipulati dal capofamiglia, che dichiaravano il proprio impegno nel rispetto di una serie di regole tra le quali scolarizzare i figli, il divieto di accattonaggio, l’obbligo di tenere pulito il “campo”, di non ospitare parenti o conoscenti né costruire nuove unità abitative. Si tratta di dispositivi istituzionali che attraverso rigide forme di controllo, e attraverso la temporanea “messa alla prova”, mantengono i nuclei rom in una condizione di precarietà legata alle decisioni delle istituzioni. La strategia politica ha seguito una doppia linea, da una parte si è proposto di creare nuove aree meglio attrezzate e dall’altra di sgomberare aree considerate pericolose o scomode. A livello pubblico gli sgomberi sono giustificati dalla volontà di fornire una miglior condizione abitativa alle persone, tuttavia nella realtà questo quasi mai avviene. Amnesty International ha evidenziato che, a causa di sgomberi forzati, molti rom sono stati costretti a vivere in condizioni di maggiore precarietà e povertà. Si sgomberano le baraccopoli abusive e si smantellano gli insediamenti autorizzati che, se un tempo garantivano una sicurezza abitativa per i propri abitanti, oggi hanno visto ridotta questa dimensione. Gli sgomberi producono una continua mobilità con pesanti ripercussioni sulla quotidianità dei rom: i rapporti scolastici costruiti con le scuole e gli insegnanti, con il territorio, con le associazioni di volontariato e con la cittadinanza vengono continuamente recisi e qualsiasi percorso di inclusione si interrompe. Anche dal punto di vista lavorativo la precarietà e l’insicurezza abitativa si ripercuote sulla progettualità dei singoli individui. L’abitare discontinuo e il nomadismo forzato rappresentano anche una rottura e una novità rispetto all’esperienza vissuta nel Paese di origine. Occorre ricordare che ogni sgombero comporta un costo consistente e che l’unico risultato che ha è quello di costringere le persone a spostarsi da una altra parte della città o in luoghi ancora più lontani e isolati. Sono fondi utilizzati per diffondere il problema e non risolverlo, l’unico risultato è quello di vessare le persone e di disattivarle: non gli si dà la speranza di un futuro, le si discrimina e li si strappa da un tessuto sociale. La discontinuità abitativa comporta una minaccia all’intimità della persona e tutto ciò diviene funzionale al politico di turno che può sfruttare l’emergenza per vendere un proprio operato, un tweet, un post o una foto. In questo modo si utilizzano le persone come merce e tutto ciò che è temporaneo diventa permanente. Inoltre, tra il 2009 e il 2011 si fece una schedatura su base etnica in cui venivano prese impronte digitali, foto segnaletiche, rilevamento dell’altezza, etc. Ciò comportò la strigliata da parte dell’Unione europea per la violazione del principio di non discriminazione e una causa legale persa dallo stesso Maroni. Va ricordato inoltre, per chi è avverso all’unione europea, l’articolo 3 della nostra costituzione che sancisce il principio di non discriminazione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

     A Roma, a un anno dal piano Raggi, la situazione non è cambiata: a settembre 2017 doveva essere superato il Camping River e altri campi entro il 2020, ma nulla di questo è stato fatto. Si è proceduto solamente ad un aumento degli sgomberi. L’ultimo episodio è quello iniziato il 21 e il 22 giugno con la visita degli operatori del comune di Roma al Camping River. Durante le operazioni sono state allontanate le famiglie che vi vivevano, è stato impedito di fare foto e l’Associazione 21 luglio è stata allontanata, nonostante fosse li presente in veste di osservatore internazionale. Dopo la visita si è potute constatare violazioni dei diritti umani e Luigi Manconi, direttore dell’Unar (l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri), ha dichiarato “alla notizia dello sgombero di una parte dei rom residenti nell’insediamento Camping River di Roma, avevo chiesto che ciò avvenisse nel pieno rispetto dei diritti fondamentali delle personeSembra proprio che così non sia avvenuto. Immagini e foto drammaticamente lo confermano. Si deve constatare ancora una volta, e dolorosamente, che alle situazioni emergenziali non si trovano alternative serie, capaci di rispettare la dignità delle persone”. Il Camping River era entrato all’interno della sperimentazione delle misure previste dal “Piano di Roma Capitale per l’inclusione dei rom a partire dal 1° luglio 2017 con deliberazione n.146 del 28 giugno 2017. Nonostante la gran parte delle famiglie residenti all’interno del “campo” sia risultata idonea al progetto di fuoriuscita assistita dal “villaggio Camping River”, le persone in questione non hanno potuto accedere ai contributi per il contratto di locazione perché, trovandosi in una situazione di inoccupazione e indigenza, non possono fornire le garanzie economiche necessarie per accedere al mercato immobiliare privato. Ne è seguito che da ottobre 2017 il Camping River non è stato più considerato un “villaggio attrezzato” ma un’area privata occupata per la quale l’Amministrazione Comunale ha disposto la modifica della Deliberazione n. 146 del 28 giugno 2017, esonerando la stessa Amministrazione Comunale da qualsiasi responsabilità nei confronti di questa struttura ricettiva. Nel caso del Camping River va ricordato che una tale situazione di precarietà, unita all’assenza di un dialogo adeguato con le famiglie presenti nell’insediamento, hanno impattato gravemente sui residenti e specialmente sui minori. È significativo, a questo proposito, il dato relativo alla frequenza scolastica: nell’anno scolastico 2015-2016, i minori rom residenti nel Camping River e iscritti a scuola erano 238. Nell’anno scolastico 2017-2018 risultavano essere invece 107, segnando un crollo delle iscrizioni pari al 55%. L’ingiunzione di rilascio dei moduli abitativi entro il 15 giugno, per essere stoccati a tempo indeterminato in un’area abbandonata, è l’ennesima azione di un “piano” inefficace, che non prevede l’avvio di alcun processo partecipativo con i destinatari delle politiche. In particolare, intimare alle persone di abbandonare i moduli abitativi senza fornire alcuna soluzione abitativa alternativa, viola tutti gli standard internazionali sul diritto all’alloggio – oltre ad andare in netto contrasto con i principi della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei rom, sinti e caminanti – e pone le famiglie rom in una situazione di gravissima vulnerabilità, vedendosi costrette a dormire all’addiaccio o ad allontanarsi dall’insediamento per adattarsi a soluzioni informali, temporanee e precarie.

 

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